La storia della comunità

Da un piccolo seme…un ricco giardino di fiori e di frutti

La comunità monastica si costruisce su quell’unico fondamento che è Cristo al cui amore nulla viene anteposto, ne risulta che essa è non soltanto un gruppo legato da comunanza di interessi umani e di amicizia, ma davvero una “sancta koinonia”, un corpo mistico di cui Cristo è il capo e i fratelli sono le membra. Questa realtà di ordine spirituale si manifesta nella concretezza della vita quotidiana, in cui siamo chiamati a vivere insieme cercando la gloria di Dio, che consiste nella santità che dobbiamo raggiungere quali figli di Dio e concittadini del regno eterno.

11 ottobre 1973

Una piccola isola, un’antichissima Basilica, un profondo silenzio da cui scaturisce una grande pace: in un lago dai colori cangianti trasparenze mattinali e fiamme di tramonto.

«Il viaggio che ci ha condotte fino a qui ebbe inizio l’11 ottobre 1973, quando dicemmo il nostro sì alla richiesta dell’allora vescovo di Novara, Monsignor Aldo del Monte, a dar vita ad una fondazione monastica sull’Isola di San Giulio per custodirne il patrimonio storico e religioso».

L'isola di San Giulio al tramonto

Anna Maria Cànopi


Così Madre Anna Maria Cànopi, fondatrice e Madre Abbadessa fino al 2018, ricorda quei primi inizi.
Sei monache in tutto, provenienti dall’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo di Viboldone (MI), che rappresentavano quasi tutte le età e tutte le tappe della vita monastica: quattro professe di voti solenni, una professa di voti semplici, una novizia e…una postulante che già le aspettava sulle sponde del lago.

La Gioia e la fatica

È proprio dello stile di Dio cominciare tutto dal piccolo, come da un seme che deve rimanere nascosto nella terra, prima di germogliare, crescere e fruttificare al sole.
E i primi frutti non tardarono ad arrivare, se si pensa che già nel mese di maggio 1974 un nuovo “germoglio” chiese di essere ammesso alla Comunità.

Le condizioni di obiettiva indigenza e la mancanza non solo di agi, ma anche dei normali mezzi di sussistenza (come l’acqua potabile, che mancò fino al 1975) non scoraggiarono le monache, anzi, permisero di toccare con mano la bontà del Signore, che, attraverso mani amiche faceva arrivare doni, aiuti concreti e sostegno materiale. E la grazia degli inizi fu così sovrabbondante da permettere di affrontare con fortezza e gioia le inevitabili fatiche.

Il Lavoro

Il lavoro non mancava di certo, se si pensa che la maggior parte degli edifici erano da restaurare, gli spazi da organizzare, i mobili presenti da rimettere a nuovo. Ma il vero “cuore pulsante” della piccola comunità fu fin dal primo momento il primato assoluto dato a Dio, in fedeltà all’ideale monastico benedettino “Nihil Deus anteponetur – Nulla assolutamente i monaci antepongano a Dio”.

L’orario giornaliero e settimanale ruotava quindi intorno all’Opus Dei – Ufficio Divino – , alla preghiera corale e all’ascolto e “manducazione” della Parola di Dio. Poverissime di mezzi, avevamo davvero nella bisaccia soltanto la ricchezza della Parola di Dio.

Parola ogni giorno ascoltata e celebrata con il desiderio di lasciarci plasmare da essa, luce ad ogni nostro passo, cibo per ogni nostra fame, medicina per ogni infermità, forza e sollievo per le nostre fatiche, conforto in ogni momento di prova e gioia che trasfigurava ogni giornata, conferendo senso e consistenza ai nostri modesti inizi.
E da allora questa priorità è rimasta la colonna portante di tutto l’edificio comunitario monastico.

L’Accoglienza

Il secondo tratto peculiare, che si rese evidente fin dai primi mesi, fu il saper coniugare una forte esperienza di vita cenobitica in una vera comunità claustrale con l’accoglienza aperta e sempre disponibile verso gli ospiti che accorrevano ed accorrono al Monastero in cerca di silenzio, preghiera, formazione spirituale e di una parola che possa aiutarli ad illuminare la loro quotidianità e donare magari sollievo in qualche particolare momento di fatica o sconforto. San Benedetto invita infatti i monaci ad accogliere l’ospite “come Cristo in persona” . Ecco che allora «avvenne fin dai primi anni qualcosa di simile a quello che si legge negli Atti degli Apostoli: chi veniva a contatto con la nostra piccola comunità rimaneva avvinto proprio dalla forza di attrazione della Parola e della preghiera liturgica». Si allargava, quindi, la cerchia di persone che frequentavano con assiduità le celebrazioni quotidiane e cresceva pian piano anche la famiglia degli Oblati, che scelgono di vivere nel mondo come laici la Spiritualità benedettina.

E, parallelamente, la comunità si arricchiva di sempre nuove vocazioni, incrementando il numero dei suoi membri. Oggi sono quasi settanta le monache che vivono stabilmente nel Monastero, di cui undici ancora in formazione come novizie o postulanti. Una grande varietà di lingue, nazioni di provenienza, età, formazione e storia personale crea un mosaico assai variegato e dalle mille sfumature, sapientemente armonizzato dalla guida della Madre Abbadessa, oggi Madre Maria Grazia Girolimetto,  e dal comune anelito di ricercare incessante il Volto di Dio e di raggiungere con la preghiera gli estremi confini della terra e accogliere nel suo cuore l’umanità intera.

La crescita della Comunità

L’edificio adiacente alla Basilica, denominato “Casa Antica” si rivelò ben presto insufficiente: da qui il nuovo di consenso alla proposta di stabilirsi anche nei locali dell’ex- Seminario. All’inizio questo edificio, anch’esso in condizioni di grande degrado, sembrava troppo grande e spazioso, e invece…«non si faceva in tempo a finire i lavori e a sistemarsi un po’ agevolmente, che già ci si trovava allo stretto non solo per la mancanza di celle, ma anche di ambienti per i laboratori e l’ospitalità».

E, con il passare degli anni, l’annessione coinvolse
anche altri edifici presenti sull’Isola,
che vennero collegati a quello principale grazie
a stradine e ponticelli, per consentire
alle monache di spostarsi senza violare la clausura.

In un crescendo di fervore ed attività nacquero e presero consistenza anche le varie attività, sia di stampo culturale – traduzioni di libri e articoli, collaborazione con riviste e periodici, collaborazioni con la CEI – sia  laboratoriali – laboratorio di restauro di tessuti, laboratorio di ricamo e confezione paramenti liturgici, laboratorio di tessitura, laboratorio di iconografia, produzione di ceri e pergamena, piccolo artigianato. Venne creata anche una piccola stamperia per la produzione di opuscoli e materiale liturgico e per la diffusione del periodico trimestrale di informazione e scambio di notizie, significativamente denominato “Casa sulla Roccia”.

Le fondazioni

Il primo eccomi pronunciato da un piccolo gruppo di sei monache divenne seme anche per altri eccomi non meno impegnativi: nel 2002 la comunità diede vita al Priorato Regina Pacis in Val le D’Aosta che nel 2018 ha raggiunto l’autonomia, nel 2008 sorse il priorato
SS. Annunziata in Fossano. Inoltre, venne richiesto un aiuto per i due monasteri di sant’Antonio abate di Ferrara e di san Raimondo in Piacenza, nei quali vennero inviate alcune monache, tuttora presenti. Madre Anna Maria ci teneva a specificare che «tutti questi sì furono detti per puro atto di fede e di obbedienza, cercando di entrare nelle vie di Dio, spesso così diverse dalle nostre».

E il viaggio continua…stabili e perseveranti nella preghiera, ma con gli occhi ed il cuore proiettati su un orizzonte più ampio, per abbracciare l’intera umanità. Così, nella frequente convocazione della comunità alla preghiera liturgica e personale, è tutta la Chiesa ad essere convocata nello Spirito alla presenza del Signore e nell’assiduità del lavoro per il pane quotidiano è la fatica di tutti gli uomini ad essere assunta e santificata per essere offerta con Cristo, nello Spirito, al Padre.

Le fondazioni

Il primo eccomi pronunciato da un piccolo gruppo di sei monache divenne seme anche per altri eccomi non meno impegnativi: nel 2002 la comunità diede vita al Priorato Regina Pacis in Val le D’Aosta che nel 2018 ha raggiunto l’autonomia, nel 2008 sorse il priorato
SS. Annunziata in Fossano. Inoltre, venne richiesto un aiuto per i due monasteri di sant’Antonio abate di Ferrara e di san Raimondo in Piacenza, nei quali vennero inviate alcune monache, tuttora presenti. Madre Anna Maria ci teneva a specificare che «tutti questi sì furono detti per puro atto di fede e di obbedienza, cercando di entrare nelle vie di Dio, spesso così diverse dalle nostre».

E il viaggio continua…stabili e perseveranti nella preghiera, ma con gli occhi ed il cuore proiettati su un orizzonte più ampio, per abbracciare l’intera umanità. Così, nella frequente convocazione della comunità alla preghiera liturgica e personale, è tutta la Chiesa ad essere convocata nello Spirito alla presenza del Signore e nell’assiduità del lavoro per il pane quotidiano è la fatica di tutti gli uomini ad essere assunta e santificata per essere offerta con Cristo, nello Spirito, al Padre.