La dimensione spirituale dell’Eucaristia

La dimensione spirituale dell’Eucaristia

Gennaio 31, 2021 |

Omelia nella Solennità di San Giulio

…dobbiamo sempre tornare all’Eucaristia: essa infatti rende l’uomo e la donna capaci di curare l’anima, pronti a vivere festa e soggetti di comunione.
Mons. Franco Giulio Brambilla

Rinnovo il cordiale saluto per l’affettuosa presenza di tutti voi in questo giorno della festa di San Giulio – nel quale ricorre anche una metà del mio onomastico – e ringrazio tutte le persone che sono qui presenti, perché in qualche modo rappresentano i numerosi fedeli che negli anni scorsi gremivano la Basilica dell’Isola.

Nella messa di san Giuliano, il 7 gennaio scorso a Gozzano, ho sviluppato la dimensione sociale dell’Eucaristia, motivato anche dal fatto che, per questo anno che stiamo vivendo, ho scritto alla diocesi la mia lettera pastorale sul tema dell’Eucaristia. Ciò è avvenuto proprio nell’anno nel quale ne abbiamo patito maggiormente la mancanza. Ma, come avviene della malattia che bisogna parlarne ai sani, poiché i malati conoscono dal di dentro quali siano le sue dinamiche e il suo evolversi, così anche del senso della festa e dell’Eucarestia è bene parlarne quando essa manca!

Oggi in questo luogo vorrei svolgere un altro aspetto dell’Eucaristia: la sua dimensione spirituale. Il tema della spiritualità domanda di essere sviluppato proprio qui, nel luogo che è per eccellenza il suo richiamo, perché è diventato pietra tra le pietre, casa tra le case, fiore tra i fiori, albero tra gli alberi. Qui la spiritualità pervade tutta l’isola! Ed è anche un fatto molto bello che, camminando per le sue stradine, siamo invitati di continuo alla meditazione, attraverso le piccole targhe che, quasi segnaletica spirituale, ci invitano a vivere il genio del luogo. Così come lo sono le pubblicazioni fatte in collaborazione col monastero sulla magia di quest’Isola con tutta la sua simbologia. Altre volte vi ho fatto immaginare cosa sarebbe l’Isola di San Giulio senza la presenza del monastero! Probabilmente sarebbe tutt’altro luogo, forse neppure accessibile a tutti. Per questo è bello parlare proprio qui della dimensione spirituale dell’Eucaristia.

1. L’Eucaristia guarisce la nostra umanità

La prima dimensione spirituale dell’Eucaristia ci invita a guarire la nostra umanità. Potremmo, infatti, subito pensare che l’Eucaristia ci richiami agli aspetti spirituali, invece per ben coltivare la dimensione spirituale dell’Eucaristia occorre innanzitutto custodire e guarire la nostra umanità. Curare l’anima, per dirla con un linguaggio molto semplice. Spero che in questo anno abbiamo un po’ imparato a curare l’anima, dovendo rimanere tanto tempo con noi stessi. Se noi osserviamo anche dal punto di vista diagnostico, la letteratura o il cinema descrivono un uomo e una donna che hanno tanto bisogno di guarigione spirituale, di curare appunto l’anima. Per noi l’attenzione e la custodia dell’umanità si sta riducendo, dopo cent’anni di teorie freudiane, a curare soprattutto la psicologia, ma l’umanità non coincide soltanto con la psicologia, con l’inconscio e le sue dinamiche.

In tal senso, credo che molte delle nostre malattie, una per tutte la depressione, derivino non solo dalla società dell’iperconsumo, ma provengano anche dal fatto che abbiamo poca attenzione a curare la nostra anima. In questo periodo lo si può fare persino facendo cose semplici, come riordinare le nostre case e le nostre cose, dall’album di famiglia agli appunti del nostro diario. Queste cose hanno un rilievo molto pratico se le viviamo come uno specchio che ci permette di rientrare in noi stessi, che ci fa prendere distanza dal mondo, che le fa sentire meno minacciose, meno invadenti, meno ansiogene. Questo vuol dire curare l’anima! Uscendo dal piano psicologico, questo tempo ci ha fatto recuperare la necessità del perdono, il bisogno di attenzione, l’importanza dell’ascolto. Ciò si vede per esempio nel rapporto di coppia: se uno dei due parla tanto, magari accusa l’altro di non dire nulla, e di stare troppo in silenzio. Se però si occupa la maggior parte dello spazio della vita dell’altro, inevitabilmente si diventa totalizzanti e opprimenti e l’altro si ritrae nel suo cantuccio.

L’Eucaristia ci invita a riconoscere il dono del Signore che si sacrifica per noi. Se però noi non creiamo prima di tutto il luogo in cui diventiamo uomini e donne spirituali, curando l’anima, non possiamo incontrare il Signore. È persino un miracolo che tanta gente venga ancora in chiesa, perché anche il povero sacerdote deve destreggiarsi con qualche trovata interessante per potere suscitare attenzione. Tuttavia, anche se egli suonasse la musica più divina, e non ci fosse la cassa di risonanza del proprio cuore, la musica si appiattirebbe prima di toccare il nostro intimo! Curare l’anima vuol dire creare una profonda cassa di risonanza dentro di noi, togliere le sterpaglie, eliminare tutte le cose che non funzionano e impediscono l’incontro con l’altro e con il Signore.

Quest’anno la nostra festa di san Giulio, a confronto degli altri anni dove non c’era quasi spazio per stare in Basilica, forse ci fa vivere la dimensione un po’ più personale del curare l’anima!

2. L’Eucaristia custodisce il senso della festa

Il secondo aspetto della dimensione spirituale dell’Eucaristia è che essa non ci invita solo ad essere uomini e donne spirituali, a curare la nostra anima, ma ci invita a riscoprire il senso della festa. Su questo tema più volte mi sono soffermato in questi nove anni della mia presenza a Novara. Il tema della festa è importante, perché essere uomini e donne dell’Eucarestia significa essere uomini e donne che sanno vivere la festa. La festa è quel luogo e quel tempo nel quale Dio ha tempo per noi, così che noi possiamo aver tempo per noi stessi e per gli altri. Tante volte nella nostra mente, più ancora sulla nostra bocca, ricorre la frase: “non ho tempo!”. Corriamo dietro al tempo… Dio, invece, nel giorno di festa vuole avere tempo per noi e ci apre uno spazio nel quale, perdendo tempo, non si perde tempo. Perché è quello spazio dove noi sperimentiamo che non siamo solo macchine produttive, ma siamo capaci di intrecciare relazioni e di regalarci una presenza.

Ho creato questa immagine: venire a messa è come portare alla celebrazione il proprio acquario, nel quale è immersa la settimana: durante la messa bisogna lasciar decantare tutto il pulviscolo, le scorie della settimana pian piano, perché a un certo punto si possa dire: “la mia vita ha incontrato il Signore”. Possiamo fare l’esempio della madre che fatica a venire in chiesa, perché ha molte preoccupazioni, con tre figli maschi e il marito, pure da servire. Tuttavia, proprio lei può realizzare nel rito un momento in cui può dire davanti al Signore: “Sono qui davanti a Te, non sono né una madre, né una moglie, né una lavatrice, ma una donna davanti a Te!”. È il momento in cui la donna riscopre la propria singolarità!

Il significato della festa è questo: l’uomo e la donna non sono solo espressioni dell’homo faber, dell’uomo che trasforma, l’uomo che produce e quantifica. Questo lo facciamo per sei giorni, ma la festa invece è il tempo dell’homo ludens, dell’uomo che, come hanno scritto grandi filosofi, può permettersi di sciupare tempo, perché in questo modo trova un’altra dimensione, che non è solo quella produttiva, ma anche quella del “gioco”.

Non è forse vero che quest’anno la nostra ricorrenza ci sembra un po’ ridotta e un po’ bloccata? Di solito la festa di San Giulio si esprimeva con tante relazioni, con un’organizzazione, con un po’ di gioia esteriore. Tuttavia quest’anno in questo modo ci è dato di vivere la festa nella forma più intima, così come è accaduto già lo scorso Natale! La festa ha bisogno di ritrovare l’aspetto intimo. La differenza tra festa e tempo libero è decisiva: il tempo libero è l’intervallo tra fatiche (anche un motore diesel ha bisogno di un momento di riposo per raffreddare e per poter poi riprendere); la festa invece è il luogo e il tempo dove l’uomo e la donna si esprimono come qualcosa di più di un motore, di un soggetto di produzione, come un essere di relazione e di comunione!

3. L’Eucaristia crea lo spazio della comunione

La terza e ultima dimensione spirituale dell’Eucaristia è richiamata dalla seconda lettura che è stata proclamata (Ef 4,1-7.11-13). L’Eucaristia ci fa uomini e donne di comunione. A Gozzano avevamo spiegato cosa significa costruire legami, ma nella comunione c’è qualcosa di più.

Quando sentiamo proclamare un brano della Parola di Dio, come quello ascoltato or ora, dovremmo poter immaginare anche chi erano i primi ascoltatori di quel testo. Com’era la società romana del tempo? Richiamo qui una piccola opera di sant’Ambrogio, di cui ho sostenuto la pubblicazione, De Nabuthae historia, la storia di Naboth: il protagonista è un uomo a cui il re Achab porta via la vigna, perché era vicina alla sua proprietà e per questo viene addirittura lapidato. Basterebbe leggere i primi dieci numeri di questo scritto di sant’Ambrogio, con un linguaggio modernissimo, dove viene stigmatizzata la cupidigia di possedere tutto… È interessante perché non dà fastidio la vigna di chi ti è lontano, ma di chi ti è vicino, di chi sta sul tuo confine.

Leggendo le note delle prime pagine, mi hanno colpito gli studi citati che descrivono la situazione sociale del tempo di sant’Ambrogio. Per esempio si dice che i piccoli proprietari terrieri, per sfuggire alla tassazione dell’impero romano, davano in proprietà le loro terre ai grandi latifondisti e così potevano essere, da un lato, protetti con la loro piccola proprietà, e, dall’altro, non essere soggetti ai tributi. Una cosa inoltre mi ha impressionato: alcuni preferivano vivere presso i cosiddetti barbari, per non essere soggetti ad una tassazione vessatoria com’era quella del tardo Impero Romano! (bibl. in: AMBROGIO DI MILANO, La storia di Naboth, a cura di D. Lassandro e S. Palumbo, Loescher, Torino 2020, 123-126)

La lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato dice:

“(…) Vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, (…)
avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un
solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati,
quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. (
Ef 4, 1a.3-6)

 È un testo di grande carattere, esplosivo, se poi lo immaginiamo nel contesto della cultura del tempo. La novità del testo non ha avuto subito effetto: è dovuto entrare quasi nelle vene, nei muscoli, nelle nervature della società per poterla trasformare dal di dentro. La società, dicevamo a Gozzano, si costruisce sui buoni legami, ma quelli qui ricordati sono legami che hanno un principio più alto, superiore, e che noi chiamiamo con una parola importante che è “comunione”. Una comunione che si deve vedere nelle relazioni tra le persone. Il testo poi continua:

“A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. 11Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri…” (Ef 4,7.11)

La comunione realizza un’unità che non deprime la nostra originalità, ma la valorizza. Noi talvolta abbiamo idea che l’unità significhi essere tutti uguali, ma appiattendoci al minimo, azzerando tutto, anziché valorizzare la diversità! E allora comprendiamo che l’ideale di comunione è propriamente cristiano. Questo ideale ha trasformato l’Occidente, perché con ogni popolo nuovo che giungeva al cristianesimo occorreva quasi ripartire da capo. Non sappiamo però cosa sarebbe stato l’Occidente senza questo ideale. Con una lunga evoluzione storica e varie trasformazioni, persino passando attraverso il colonialismo dell’Ottocento, questo ideale ha cercato faticosamente di farsi strada. È impressionante notare che i preti, religiosi, vescovi e laici, che leggevano questo testo nelle diverse condizioni in cui vivevano, facessero fatica a far fermentare la pasta di ogni popolo con il lievito della comunione!

Termino dicendovi che ieri parlavo con una ragazza in partenza per l’Africa. Ha già trascorso circa cinque anni in America Latina e ora va in Ciad per prendersi cura dei giovani e delle donne. Parlando del tema della famiglia in Africa dicevamo due cose: il matrimonio tradizionale (in francese coutumier, matrimonio secondo il costume e la consuetudine) è fortemente condizionato dalla dote e dalla fertilità. Se una donna non è fertile viene rimandata a casa, e così chi deve portare la dote deve dare una garanzia solida. Cosa significa allora animare una cultura in senso cristiano, introdurre in essa il senso della comunione? Non è questo un atto sommamente spirituale, nel senso proprio di opera dello Spirito Santo, che fa unità purificando e trasformando le diversità culturali dei popoli e delle persone?

Ecco perché dobbiamo sempre tornare all’Eucaristia: essa infatti rende l’uomo e la donna capaci di curare l’anima, pronti a vivere festa e soggetti di comunione.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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