L’icona della Trinità

L’icona della Trinità

Maggio 30, 2021 |

Questa icona è l’invito a entrare in una festa, la festa dell’Amore dei Tre. Un Amore che è Dono, dedizione assoluta – secondo l’espressione del teologo H. U. von Balthasar, è“l’essere l’uno per l’altro” che definisce i Tre come persona divina”! – ed è anche pura ricezione del dono, accoglienza assoluta.

“All’ostilità e all’odio regnanti – dice Florenskij – viene a contrapporsi l’amore reciproco, sgorgante nell’eterno consenso, nell’eterno silenzioso colloquio, nell’eterna Unità delle sfere superne. Proprio questo, quella pace inspiegabile che scende a largo fiotto dritto nell’anima di chi la contempla… quell’inesprimibile grazia del reciproco inchino, quella calma sovrumana del silenzio, quell’infinita sottomissione di uno all’altro: questo noi consideriamo il contenuto della Trinità…”.

La rappresentazione della Trinità

La rappresentazione della Trinità si richiama al racconto biblico dell’apparizione dei tre divini pellegrini ad Abramo e Sara. Le tre figure, molto pacate e molto simili, si differenziano solo per l’atteggiamento di ciascuno nei confronti degli altri due: un solo Dio in tre Persone che si completano l’un l’altra in un rapporto circolare, inesauribile, di comunione amorosa.

Varie sono le ipotesi sull’identità dei tre personaggi, convalidata da elementi stilistici e simbolici; l’ipotesi che ci sembra più valida vede il Figlio nella figura centrale, che si rivolge alla figura di sinistra, il Padre. L’angelo di destra è lo Spirito Santo che indica con la mano la direzione dell’amore di Dio, il mondo, simboleggiato dalla mensa. Le tre figure sono distinte, eppure è evidente non solo la loro somiglianza ma anche l’unità profonda che costituiscono.

Sullo sfondo la tenda di Abramo è divenuta il palazzo-tempio; la quercia di Mamre, l’albero di vita; la roccia di destra.è un accenno evocativo del cosmo.

Particolarmente efficace è l’uso della prospettiva inversa (evidente soprattutto nel disegno della mensa e degli scranni degli angeli): infatti il punto di fuga non è all’interno dell’icona, ma, al contrario, è il punto di vista di chi guarda: sembra che la scena avanzi verso lo spettatore, quasi a coinvolgerlo.

L’icona si allarga quindi come “una finestra aperta sull’infinito”, quasi un diaframma tra l’umano e il divino. Non si tratta semplicemente di un espediente tecnico, ma rivela una concezione teologica per cui la verità non è costituita dal punto di vista soggettivo dell’individuo ma dalla superiore ed eterna realtà di Dio. La luce non è prodotta da una sorgente esterna alle figure, ma emana dai colori particolarmente cangianti e intensi degli abiti, delle ali e del fondo; non compare nessuna ombra perché siamo immersi in una atmosfera divina, in cui la temporalità e il limite (l’ombra appunto ) sono stati trasfigurati.

Un’ulteriore osservazione può essere fatta a proposito della simbologia eucaristica: il tema della coppa con l’Agnello che è sulla mensa viene ripreso e accentuato dalla sagoma a forma di calice che le due figure angeliche laterali disegnano: il profilo delle ginocchia piegate e dei busti risalta sullo sfondo bianco dell’altare come un calice vivente.

Il detto dei Padri: “Il Padre è l’amore che crocifigge, il Figlio è l’amore crocifisso, lo Spirito è la potenza invincibile della croce” si manifesta qui come offerta totale di sé all’umanità. L’amore divino non vale quindi soltanto all’interno delle tre Persone, ma anche nei confronti dell’uomo.

Della sua presenza non c’è traccia nell’icona, se non nella mestizia delle “Ipostasi” (Persone) per la loro “immagine e somiglianza” che si è recata in “terra lontana” e non ha voluto partecipare alla mensa di Dio, benché vi fosse invitata. L’amore fino al sacrificio di sé, la mestizia e la compassione misericordiosa sono dunque la modalità di rapporto di Dio nei confronti dell’uomo.

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