Ecco, oggi ho pensato di offrirvi questa meditazione che ho intitolato così: «Credi tu questo? La risurrezione nella vita quotidiana». Questo titolo: «Credi tu questo?» e questa nostra meditazione nasce dalla domanda che Gesù rivolge a Marta in occasione della morte del fratello Lazzaro e questa domanda fa seguito a Gesù che rivela di essere risurrezione e vita e dunque chiede a Marta: «Credi tu questo?»
E allora proviamo a interrogarci di quale fede si tratta, che cosa deve credere e soprattutto come possiamo rispondere noi oggi a questa domanda, come se la rivolgesse direttamente a ciascuno di noi. Ora Gesù si trova a Betania, in quella località dove aveva iniziato il suo ministero e sta per compiere l’ultimo dei segni, quei segni che l’Evangelista Giovanni chiama segni perché sono testimonianze concrete della sua unione con il Padre e della rivelazione del Padre attraverso di Lui. Gesù compie qui a Betania l’ultimo dei segni, ripeto quei segni che nel corso dei tre anni del suo ministero aveva compiuto in abbondanza e questo è l’ultimo e richiama alla vita Lazzaro. Questo segno racchiude il senso di tutta la sua missione, perché? Perché Lui testimonia che Lui è la Vita e Lui dona la vita e dona una vita in pienezza, questo è il senso del richiamo in vita di Lazzaro. Ora in realtà in questo brano di Lazzaro non si dice quasi nulla, se non che è sepolto da quattro giorni e che poi dal sepolcro esce avvolto dalle bende, ma non dice altro.
Dunque il tema fondamentale che ci vuole trasmettere e insegnare l’Evangelista Giovanni non riguarda Lazzaro, ma riguarda Gesù. Riguarda il dialogo di Gesù con le sorelle di Lazzaro, riguarda la sua domanda di fede, questi sono i temi chiave, perché qui il racconto parla di credere, parla di fede. Dunque il brano è introdotto da un ripetuto richiamo alla malattia di Lazzaro. Si dice che era malato un certo Lazzaro, il fratello di Marta e Maria, Lazzaro era malato, lo mandano a chiamare: «Tuo amico è malato». Gesù dice che «Questa malattia…». Il brano inizia con una insistenza voluta: «Questa malattia», perché questa insistenza? Perché nei brani dell’Evangelo e nella Sacra Scrittura non c’è mai nulla che sia casuale. E allora perché questa insistenza? Perché l’Evangelista Giovanni vuole dirci che nel contesto di un dolore, nel contesto di una malattia, Gesù si rende presente sempre, con i suoi tempi. Adesso non stiamo ad analizzare il brano, ma ha preso il suo tempo, ma tutto perché ha uno scopo.
E allora l’Evangelista vuole introdurci a una verità, così come avverrà nell’incontro di Gesù con le due sorelle. Anche per noi, Dio nei momenti di sofferenza e di fatica si rende presente. E non solo come consolatore, cercheremo di approfondire poi un pochino questo, ma si rende presente per indirizzare il nostro dolore verso altre risposte. Perché ogni dolore può diventare non solo un tempo per incontrare Dio, per ascoltarlo, ma soprattutto perché l’esperienza del dolore può divenire un tempo per scoprire che in quel dolore ci può essere una realtà altra, che chiede una risposta di fede. Proveremo poi a dire qualcosa a questo proposito.
Adesso vediamo Marta e Maria. Quando Marta e Maria incontrano Gesù, entrambe, tutte e due, gli rivolgono le medesime parole. «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (vv.21.32), ma vedete, tutte e due affermano questo davanti a Gesù, ma lo fanno esprimendo due cammini di fede diversi.
Osserviamo Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (vv.21.32), con queste parole non intende Marta rivolgere a Gesù un rimprovero. Esprime piuttosto un ricordo del Gesù taumaturgico che ha guarito molti nel suo ministero. E poi dopo questa affermazione Marta prosegue dicendo: «Anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Questo ora so di Marta. Ma che cosa sa? Sa che Gesù può ottenere dal Padre tutto ciò che chiede. Ma vedete, la sua è una fede e fiducia, ma nell’efficacia della preghiera di Gesù al Padre, una fiducia che lo ascolti. E Gesù le risponde: «Tuo fratello risusciterà». E Marta ripete nuovamente: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Ma questo “so” di Marta, ripetuto due volte, rivela un sapere sulla fede, che spesso capita anche a noi. Rivela un conoscere, ma che è una dottrina. Lei sa che poi alla fine c’è la risurrezione dei morti, ma è una dottrina. La dottrina le ha insegnato che ci sarà una risurrezione. Ma Marta deve ancora compiere il passaggio dal sapere della dottrina al credere, vale a dire al vivere nella propria vita la fede, questo credere. Cioè dal sapere sulla fede, al vivere con certezza la propria fede. Gesù non rimprovera Marta, ma vuole accompagnarla a una fede matura, perché non è sufficiente sapere. Occorre davvero vivere la fede, questo è credere, è mettere il nostro credo concretamente nelle piccole cose, nel quotidiano, in ciò che ci accade, nei dolori.
Ha scritto il Papa Benedetto XVI nella lettera apostolica Porta fidei:
Capita non di rado che i cristiani […] continuino a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune […] (n.2).
La conoscenza dei contenuti da credere, non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona (guardate che bella questa espressione di papa Benedetto), non li sente propri in una fede vissuta concretamente (n.10).
La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede (n.10).
Fine della citazione.
Cosa risponde Gesù all’ «io so» di Marta? «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno (vv. 25-26).
E poi aggiunge: «Credi questo?».
Il testo non si sofferma a spiegare la maturazione della fede di Marta, ma così è spesso nei brani del Vangelo: ci lasciano intuire attraverso sfumature che ha compiuto un percorso. Infatti il testo ci dice che lei non ritorna più sulla morte del fratello, ma dice: «io credo» in maniera molto decisa. Marta riconosce chi è per lei, e per la sua vita, Gesù. E allora vedete, riconoscere che Gesù è la centralità della propria vita, è il primo passo per vivere e credere nel nostro quotidiano.
Adesso osserviamo l’atteggiamento di Maria. Maria che incontra Gesù e anch’ella pronuncia le medesime parole di Marta. «Signore, se tu fossi stato qui…», ma lo fa prostrandosi ai piedi di Gesù e non dice altro. La sua è una fede che si consegna, si abbandona, non comprende, ma si abbandona. Nel mistero della nostra vita Maria insegna a lasciare operare il Signore. Questo è vivere in umiltà, tema molto caro alla Regola benedettina: essere capaci di fare un passo indietro per lasciare che sia il Signore a operare. È l’abbandono della fede. È credere che Dio interviene sempre nel nostro presente anche se non comprendiamo, perché tutto ciò che accade ha una possibilità e una risposta di bene che ancora non si rende visibile.
Anche il mio dolore o una gioia, è il segno di una realtà altra, il suo richiamo, una sua significazione che ci supera. Tutta la vita di consacrate, di oblate, è il tentativo del Signore di portare a compimento quello che ha iniziato in noi. E noi non dobbiamo temere la pedagogia di Dio. Spesso non la capiamo, anzi quasi mai la capiamo, ma non dobbiamo avere timore, perché è nella consegna di noi stesse che noi lasciamo che Lui compia la Sua opera. Questo ci insegna Maria. Maria ci invita ad essere pura docilità, ad accogliere l’operato di Dio in qualunque modo esso si manifesti, per divenire noi pura prontezza ad accogliere la Sua azione nella nostra vita.
E allora adesso domandiamoci, a che cosa Gesù ci chiede di credere? Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (11,25-26). Crediamo noi questo? Dobbiamo credere che Lui è la risurrezione e la vita. Cosa vuol dire? Perché certamente crediamo come Marta che risusciteremo, perché Gesù ha vinto la morte. Ma vedete, non è solo questo che Gesù ci chiede di credere, non è solo a quando risorgeremo che Gesù si rifà.
La dichiarazione cristologica: «Io sono la risurrezione e la vita», è formulata al tempo presente, e guardate che nella Scrittura dei Vangeli anche queste sfumature hanno una portata fondamentale. «Io sono la risurrezione», non: «Io sarò», «Io sono», è formulata al presente, e non descrive dunque un dono che deve venire alla fine del tempo, bensì un dono donato qui e ora, per chi crede in Lui.
Allora le sue parole, che uniscono risurrezione e vita, offrono una dimensione altra, perché che Gesù dichiara di essere la vita, il quarto Vangelo è pieno di queste affermazioni di Gesù, che Lui è il pane della vita, ma che affermi di essere Lui la risurrezione è un caso unico, noi lo leggiamo solo qui, in questo brano. E allora Gesù ci sta rivelando la dimensione vera della nostra vita di credenti, una dimensione da vivere oggi. Ci sta dicendo che la vita che Gesù offre a chi crede in Lui e vive di Lui è già vita risorta. Già qui e ora: nel vivere rimanendo uniti a Gesù, sperimentiamo la risurrezione come una nuova qualità della nostra vita, sperimentiamo che Lui trasforma la nostra vita. Perché vedete, Cristo, Gesù, restaura e ristabilisce sempre, nonostante i nostri errori, le nostre cadute, la capacità in ciascuno di noi di ospitare Dio, di questo noi dobbiamo essere consapevoli. Chi rimane in Lui, mi riferisco ad altri brani del quarto Vangelo, mantiene questa possibilità che Gesù ha di ripristinare, di ricomporre sempre l’ospitalità di Dio dentro di noi, nonostante i nostri errori.
La nostra oblazione è già vita trasformata, però dobbiamo restare radicati in Lui. Gesù vuole farci prendere coscienza di poter vivere già nella nostra condizione mortale l’inizio della vita eterna. Certamente la salvezza dell’uomo si compirà in pienezza alla fine della nostra vita, ma Gesù ci chiede di credere che Lui trasforma l’oggi, la nostra vita terrena, perché vivere di Lui e rimanere in Lui è partecipare fin da ora dei Suoi doni: a questo ci chiede di credere. Lui, da uomo come noi, risorgendo della sua umanità, ha trasfigurato la nostra umanità: ebbene, Lui ci chiede, ora, di vivere da trasfigurati, di vivere la nostra figliazione divina.
L’essere umano, che è immagine di Dio, è chiamato a una relazione filiale con Dio, ed è una filiazione profondamente trinitaria, perché Gesù Cristo ci mette in comunione con Dio. Attraverso il dono del Suo Spirito possiamo vivere e possiamo attingere oggi a quei doni di grazia che ha posto in noi. È una grazia nascosta, però percepibile già adesso, noi vi possiamo e vi dobbiamo attingere. Sant’Agostino diceva che qui e ora portiamo l’immagine della gloria in una forma oscura, ma quando avremo attraversato questa vita la forma si rivelerà esplicita e luminosa nella sua forma bella e originaria. E noi oggi dobbiamo essere riflessi di questa luce.
Ora noi possiamo riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita, nel come, perché Lui si rivela nel come Lui ci sostiene, ci rende capaci di vivere secondo le Sue parole, secondo il Suo pensiero, come dice San Paolo nella Prima Lettera del Corinzi, “avere il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16), nel come ci rende capaci di un atto di amore, là dove amore non c’è; nel come ci rende capaci di pace e serenità in un frangente di dolore, di malattia, di privazione.
Noi viviamo dei Suoi doni, possiamo attingervi; la Sua grazia investe la vita divina che Cristo risorto ha donato in noi e ci fa scorgere il Suo bene in ogni frangente della nostra vita. Gesù ci chiama a prendere coscienza di questa nostra dimensione della vita, perché attingendo ai suoi beni, che Lui ha posto in noi, possiamo vivere una vita riuscita, una vita in pienezza, ed essere beatitudine anche per chi avviciniamo. Questa relazione di vita con Cristo, radicati in Lui, piena di grazia, rende capaci di vivere un’autentica prossimità con gli altri.
Questa nostra unione, radicata in Cristo, ci rende capaci di vivere una relazione con gli altri, una prossimità e una libertà che non è ricerca del proprio io, ma amore che si dona e ci rende capaci di sentirci fratelli e sorelle. Vivere la nostra consacrazione trova la sua stabilità innanzitutto nel Pane Eucaristico. L’Eucaristia è fare entrare Dio nel nostro mondo personale, nel nostro cuore, luogo del sacrario, nel dimorare con Cristo, in Cristo: questo è eucaristia, dono di grazia che trasforma noi e ci trasforma in dono per gli altri.
Vedete, l’Eucaristia certamente ci fa ricordare il sacrificio della croce, ma immediatamente ci rimanda all’economia della Grazia, all’economia del dono. Il segno eucaristico non è introdotto nella cena di addio, ma è nel discorso che il quarto Vangelo pone su Gesù che è pane di vita.
Sì, gli evangelisti ci raccontano l’istituzione dell’eucaristia, ce la raccontano, certo, è quello che anche noi celebriamo nella Messa, ma il quarto Vangelo esplicita le parole di Gesù che è «Pane divino disceso dal cielo, quello vero» (Gv 6,32) È legato all’economia del dono, della Grazia, che restituisce all’essere umano la capacità di porsi in relazione con Dio. E allora lui è capace davvero di trasformarci donandoci i suoi beni e la sua grazia che opera in noi. Lui è capace di dirigere gli avvenimenti misteriosi e incomprensibili per noi in possibilità di nuovi percorsi di bene per noi e per chi avviciniamo.
La pienezza della Grazia è un suo dono: egli rende possibile a noi costruire il suo regno già qui e ora attraverso di noi nella nostra vita, nella relazione comunitaria, nel dono che noi facciamo di noi stessi agli altri. Il frutto di ogni nostro desiderio di bene, il valore di ogni nostro sacrificio – e ricordiamoci che il sacrificio contiene in sé la parola sacro – e allora, il sacrificio che noi possiamo compiere significa rendere sacro ogni atto che richiede appunto un sacrificio per noi, una fatica, una rinuncia. E allora il frutto di ogni nostro desiderio di bene, il valore di ogni nostro sacrificio, il confermarsi di ogni nostro atto di bene, di amore, frutto della sua grazia, costruiscono il suo regno già ora qui sulla terra. Dio offre a noi questa capacità, e ci offre le forze per il nostro agire e ci chiama a collaborare con Lui per costruire il regno, perché siamo chiamati a collaborare con Lui, con la sua opera. Questo è il senso della vocazione, il senso dell’oblazione, a questo Gesù ci chiede di credere. Questi doni che Lui ci ha posto e continua a confermare in noi, perché noi collaboriamo con Lui a edificare la sua opera, qui, adesso, ora. Il Signore allora ci chiama ma così come siamo, nelle nostre piccolezze, nelle nostre fatiche, nei nostri errori, ma nella consapevolezza che da Lui siamo trasformati e attraverso di noi Lui vuol far giungere i suoi doni a tutti e vuole costruire progetti di santità in noi, ma attraverso di noi nel mondo. È tutta intera la nostra vita che ci è chiesto di consegnare a Lui, ai suoi doni. Questa consegna che noi facciamo è trasformata da Lui e diventa ogni volta dono per gli altri, perché è scoprire che Dio ama la possibilità che ciascuno di noi ha in sé, la possibilità di collaborare con i suoi progetti, possibilità che è conversione, dono a Lui che è amore, ma sempre una conferma della nostra consegna a lui. Questa è la dimensione “altra” che Gesù ci offre una prospettiva diversa di guarigione e di vita che il ritorno di Lazzaro in vita vuole insegnarci.
Il brano vuole insegnarci a vivere, già oggi, secondo la vita divina che è in noi; per realizzarci secondo quella immagine che Dio ha posto in ciascuno di noi.
A questo, Gesù ci chiede di credere.
Ci ha voluto figlie e figli oblati, capaci di libertà, gratuità, capaci di farsi carico dei bisogni della gente, di chi noi avviciniamo, di farsi carico del mondo intero e ci ha creati non oggetti passivi.
Ecco la vita divina che è in noi deve produrre frutti, ci ha creati soggetti a nostra volta, creatori che collaboriamo alla realizzazione più autentica del nostro essere e collaboriamo nel mondo, già qui e ora, alla creazione del suo Regno.