Venerdì Santo

Venerdì Santo

Aprile 15, 2022 |

Tutta la liturgia del Venerdì Santo ha un andamento grave, profondo, carico di «pathos», attraversato a tratti da accenti appassionati, da gemiti e da grida di dolore.

Sembra che la notte del giovedì cammini verso un giorno senza aurora; pare, infatti, di andare affondando sempre più nel buio. Eppure, con la voce che trema non solo di pianto, ma anche di gioioso stupore, la Chiesa va sollecitamente raccogliendo i suoi figli per annunziare loro che «è spuntato un giorno di letizia» (liturgia bizantina). Ed è così perché, in realtà, questo è giorno di irreparabile disfatta per le tenebre, giorno che prepara la nuova creazione, giorno di morte per la vita. Nemmeno nell’ora del buio più profondo, nell’ora dell’estremo sconforto, dovrebbe dunque scomparire dal cuore del cristiano quella luce di speranza che egli può sempre attingere dal mistero della Passione.

Si fece buio su tutta la terra

Si fa di ora in ora più evidente e drammatico, in questa sacra liturgia, lo scontro decisivo tra la luce e le tenebre; uno scontro immane in cui le tenebre sembrano prevalere, ma in realtà nello sforzo titanico di distruggere la Luce, esse rimangono distrutte. La morte ingoia il Cristo che è la Vita e ne rimane vinta.

Tutto quanto accade in questa fosca giornata deve colpirci profondamente, ma non sgomentarci, poiché sotto l’oscurità del male c’è già il chiarore di un’alba nuova, c’è la nuova Vita che preme. Perché questa Vita ci vivifichi, non dobbiamo, però, limitarci a guardare soltanto con gli occhi il dramma della Passione contemplandolo da lontano, come se si trattasse di uno spettacolo a noi estraneo, ma occorre lasciarci coinvolgere interiormente dagli eventi di cui si fa memoria, attraversare insieme con Gesù le tenebre, porre con fede i nostri piedi sulle sue orme: in una parola, vivere con costanza e «pazienza» (da «patire»), lasciandoci attraversare da tutto il suo dolore, affinché anche dal nostro cuore compunto possano sgorgare sorgenti d’acqua viva, effondersi raggi di luce.

Il Venerdì Santo nella Chiesa regna un clima di gravità e di sospensione. Le campane sono mute, gli altari sono spogli: sono denudati delle tovaglie e disadorni di fiori. Tutto è silenzio e squallore.

L’assemblea attende in silenzio, in atteggiamento umile e raccolto. Non è solo un silenzio esteriore, ma un silenzio del cuore, un silenzio liturgico pieno di attenzione e di dolore davanti alla realtà della morte di Cristo sulla croce; morte di cui siamo tutti responsabili a motivo dei nostri peccati.

I celebranti entrano semplicemente e si prostrano ai piedi dell’altare; anche l’assemblea si inginocchia. Segue un prolungato tempo di silenziosa preghiera. Poi chi presiede rivolge al Padre, a nome di tutti, un’accorata supplica, che inizia con una parola-chiave della Sacra Scrittura: «Ricordati!», che significa: «Guardaci con il cuore!»: «Ricordati, Padre, della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale».

La misericordia di Dio è lui stesso, il Misericordioso, che da secoli e secoli, di generazione in generazione, riversa sugli uomini il suo amore, e non verrà mai meno nella sua fedeltà. Questa «misericordia», che era fin dal principio, in quest’ora raggiunge il culmine della sua manifestazione: in un «folle» gesto d’amore il Padre ci dona il suo Figlio, immolandolo sulla croce per la nostra salvezza, per fare dell’umanità intera un’unica famiglia, per suggellare con il suo sangue la nuova ed eterna alleanza, secondo la fedeltà giurata ad Abramo e alla sua discendenza per sempre.

La liturgia della Parola è tutta orientata alla solenne proclamazione o il solenne canto in gregoriano della «Passione di Gesù secondo l’evangelista Giovanni». Le sacre parole del Vangelo non sono una semplice narrazione di avvenimenti ormai lontani nel tempo e nello spazio, non sono soltanto una rievocazione che possa lasciarci comodi spettatori come a teatro, ma gocce di grazia, di fuoco e d’acqua viva che penetrando in noi vi operano misteriosamente una radicale trasformazione: vi bruciano ogni scoria di morta vegetazione e vi fanno spuntare nuovi germogli.

È davanti al tribunale della nostra coscienza che il Cristo, oggi, viene condotto e giudicato. Ma è della nostra vita che in tale processo si decide. È un evento da cui nessuno può stare fuori, perché vi siamo coinvolti da Gesù stesso che è morto per ognuno di noi.

Nel dramma – e il canto gregoriano lo fa emergere in modo toccante – le voci si intrecciano, ciascuna con il proprio timbro, inconfondibili.

C’è la «voce della folla»: voce alta, irruente, qualche volta frenetica, come quando nel pretorio si eccita e grida: «Tolle, tolle: crucifíge!», «Via, via, crocifiggilo!» (Gv 19,15), quasi impaziente di assistere al raccapricciante spettacolo.

C’è la «voce di Pilato», una voce controllata, quasi soffocata, ora inquieta e stizzosa, ora persino tremante di paura di fronte a quell’uomo – «Ecce homo» – che desiderava conoscere e che gli appare adesso così lontano, così velato di mistero, inafferrabile: «Tu sei re?… Perché non parli? Non sai che io ho il potere…?». Com’è ridicolo quell’«io» di un omiciattolo qual è Pilato di fronte all’«Io sono» che lo guarda in silenzio, serenamente, e certo anche pietosamente, misericordiosamente.

Poi c’è la «voce di Erode», una voce viscida, insinuante, voce di un uomo vizioso e falso…

C’è pure la «voce di Pietro»: impulsiva e timorosa, solo apparentemente sicura, quando nel cortile del pretorio, davanti alle insistenze della serva, afferma di non conoscere «quell’uomo». Di lui si sente però subito anche il pianto; un pianto incontenibile per il rimorso e il dolore cocente seguiti alla colpa, all’incredibile rinnegamento del suo Maestro.

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