Dolore innocente

Dolore innocente

Marzo 28, 2021 |

Bisognava che Gesù soffrisse, era necessario. Egli lo sapeva; anzi, molto più che saperlo, aveva offerto se stesso volontariamente, per amore. Eppure, Lui stesso nell’agonia gronda sangue e sulla Croce grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

«Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26), ed entrarvi non da solo, ma con i suoi “fratelli” (cf. Eb 2,11ss).

Bisognava che Gesù soffrisse, era necessario. Egli lo sapeva; anzi, molto più che saperlo, aveva offerto se stesso volontariamente, per amore. Eppure, Lui stesso nell’agonia gronda sangue e sulla Croce grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Perché?

Perché? È una domanda che affiora sulle labbra umane dalla più tenera infanzia. È la domanda stupita del bambino che si apre alla vita, è la domanda del giovane che cerca il senso della vita e ne vuole scandagliare il mistero, ma è anche la domanda pensosa dell’adulto davanti ai problemi della vita, ed è soprattutto il grido dei cuori angosciati, turbati di fronte alle grandi sofferenze, alle tragedie della storia o alle catastrofi naturali; è la domanda del credente quando la luce della fede sembra soffocata dalle tenebre di una notte oscura e senza stelle. È – osiamo dire – il gemito dello Spirito in noi, perché questa domanda attraversa l’intera storia della salvezza e, al di là di ogni sentimento e pensiero, non ferma il cammino dell’uomo, ma lo spinge ad andare oltre: oltre l’evidenza dei fatti, oltre i brucianti fallimenti, oltre la pretesa del proprio sapere, oltre gli ostacoli: oltre, con umiltà e coraggio, fino ad una totale consegna di sé al Mistero, a Dio.

Perché? È la domanda che dà dignità all’essere umano e fa di lui un profeta, una sentinella nella notte del mondo: fa di lui l’uomo per gli altri, che non teme di rivolgere a Dio la sua domanda angosciosa, sapendo che è la domanda di tutti, una domanda che attende risposta, e una risposta non vana.

«Fino a quando, Signore,
– grida il profeta Abacuc –
implorerò e non ascolti,
a te alzerò il grido: “Violenza!”
e non soccorri?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?…
Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’iniquità,
perché, vedendo i malvagi, taci
mentre l’empio ingoia il giusto?» (Ab 1,2-3.13).

Il profeta, da vero intercessore, “provoca” Dio, lo chiama in causa, gli pone davanti la realtà dei fatti, e, non nascondendo il suo sconcerto, gli chiede di “giustificare” il suo inconcepibile modo di agire, pronto ad affrontare a viso aperto il “suo” Dio. Perché sopporti tutto questo? Che cosa rispondi al nostro grido? Non ti importa di noi?

Il Signore risponde al suo profeta, ma non dà una risposta facile, che appiani la via e tolga gli ostacoli.

«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà».
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede (Ab 2,2-4).

Il Signore chiede di saper attendere nella pazienza, di resistere nella prova per ricevere – a suo tempo – grazia e consolazione. Egli dice al profeta che la prova – la sofferenza, il dolore – non è per la morte, ma per la vita: una vita in pienezza, stabilita per sempre nell’amore.

Ho letto recentemente un libro molto interessante – Quando finirà la sofferenza? – che raccoglie lettere e poesie scritte da una ebrea (Ilse Weber) nata in Cecoslovacchia e morta ad Auschwitz. Questa giovane, donna sposata con due bambini, si trova a vivere la tragedia della shoà. Già nel 1938 scriveva ad un’amica: «Fino ad oggi ho creduto in Dio, ma se non darà in breve tempo la dimostrazione della sua esistenza, non potrò più crederci. Questa persecuzione degli Ebrei è disumana… Siamo tutti tanto disperati…»

Poi durante la detenzione il suo animo sensibilissimo espresse i sentimenti di tutto il suo popolo atrocemente provato. Tra le tante pagine che potrei citare, scelgo alcuni versi tratti dalle poesie ritrovate in un capanno del lager:

«Non abbiamo nessuna patria,
non troviamo pace da nessuna parte…
Disprezzati ed evitati,
indifesi, soffriamo in silenzio,
in nessun porto ci attende la pace –
Perché, o Dio, perché?
Porgici, o cielo,
la tua mano benevola…» (p. 166)

E ancora:

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