Una scia luminosa…

Una scia luminosa…

Marzo 21, 2021 |

Quest’anno la V domenica del Tempo di Pasqua cade il 21 marzo, festa del Transito del nostro Santo Padre Benedetto e, per noi, secondo anniversario del transito della nostra Madre Fondatrice, Anna Maria Cànopi. Ancora una volta la liturgia ci stupisce. «Se il chicco di frumento…», dice il Vangelo odierno. Tutta la vita monastica della nostra Madre è stata un progressivo, profondo abbassarsi nella terra dell’umiltà, del servizio, della kenosi… E la sua morte fu come un raggio di luce che penetrò in molti cuori, confortandoli.

Vi proponiamo, dunque, una sua pagina sul mistero della vita monastica – vale a dire semplicemente cristiana – come cammino verso la luce, verso il cielo. Una pagina che ci prepara a vivere il mistero della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.

Limpida e suggestiva icona della dimensione pasquale della vita è la stessa morte – il Transito –di san Benedetto: in piedi, sorretto dai suoi monaci, munito dell’Eucaristia, in preghiera fino all’ultimo respiro. E da lontano due discepoli lo contemplano mentre sale al cielo per una via larga e luminosa (cf. Dialoghi, II,37).
San Gregorio Magno, nel secondo libro dei Dialoghi ha evidenziato con queste immagini quanto Benedetto aveva scritto nella Regola tracciando per i monaci la rettissima via che riconduce a Dio.
Già nei primi versetti del Prologo, infatti, si trova l’affermazione che possiamo tornare alla casa del Padre unicamente per la via dell’obbedienza imitando, quali figli nel Figlio, il Signore Gesù Cristo. Come tali, di lui siamo stati fatti coeredi, ma se lo seguiamo come servi fedeli.
Il Signore ogni giorno domanda: «C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per vedere il bene?». Per meritare di vedere Colui che ci chiama al suo regno bisogna procedere sulle sue vie sotto la guida del Vangelo, muniti di una fede robusta e comprovata dal compimento delle buone opere. Non solo bisogna camminare, ma correre con ardore nel compiere il bene.
È l’intensità del desiderio a farci correre, a farci operare all’istante tutto ciò che ci può giovare per sempre.
È accaduto che in una Trappa nelle vicinanze di Parigi si dovesse far coincidere nello stesso giorno le esequie di un monaco anziano e la professione solenne di un giovane. Davanti alla bara ancora aperta il neo-professo cantò il suo “Suscipe” con voce vibrante di amore e di gioia…
Assisteva alla celebrazione un giovane di vent’anni. Intuì come per una folgorazione interiore il valore della vita, il significato di quell’unica festa per l’inizio e per il termine del cammino verso Dio… Dopo un’ora si presentò all’abate e gli disse con risolutezza: «Voglio diventare monaco». Ed entrò in monastero e vi rimase fedelmente (cf. Marie-Gérard Dubois, Passione estrema per l’assoluto, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp. 5-11).
Tenendo lo sguardo rivolto al Cielo, diventa più facile accettare le fatiche e le sofferenze del tempo presente come partecipazione al mite patire del Cristo, per meritare di condividerne pure la gloria nel suo Regno.

L’itinerario del monaco

L’itinerario del monaco – del cristiano – è così già tutto chiaramente tracciato nel Prologo della Regola. San Benedetto poi, di capitolo in capitolo, indica i singoli passi da compiere, continuamente mostra la direzione per proseguire senza smarrire la strada, senza perdere di vista lo scopo di tutto il loro essere e agire: giungere alla comunione di vita con Dio nella sua eterna dimora di luce e di pace, dove regna in assoluto l’Amore.
Subito, san Benedetto si preoccupa di offrire ai monaci una guida e un durevole sostegno nella persona dell’abate, il vices Christi che funge da padre, madre, buon pastore, medico sapiente, servitore… Egli mette a disposizione tutto se stesso, senza risparmio di forze fisiche e morali, ma soprattutto la sua incessante preghiera per tutti e per ciascuno, con particolare premura per quelli che sono più deboli e malati spiritualmente. E così è ogni cristiano per i suoi fratelli in umanità: un padre-madre che si prende cura di loro in vista della pienezza della vita.

La prospettiva della vita eterna e il necessario impegno per giungervi si presenta con frequenza quasi incalzante nella Regola di san Benedetto. Essa è da desiderare con tutto l’ardore dell’animo, rendendosi estranei al modo di pensare e di agire del mondo (RB 4).
Ma san Benedetto mette in evidenza soprattutto l’obbedienza che «è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo».
E come per Cristo la Croce fu la scala tra la terra e il cielo, al monaco – al cristiano – è proposta la scala dell’umiltà che mira a spogliare l’«io» da ogni peso di orgoglio per farlo ascendere – abbassandosi – fino alla cima, abbracciando «la pazienza con maturo e consapevole silenzio interiore», senza scoraggiarsi né indietreggiare, ma perseverando con fede. Ascesi tutti i gradini della scala di umiltà, si perverrà alla perfetta carità, che coincide con Dio: Deus charitas est!
Poiché si riconosce il primo posto al Cristo e tutto si fa convergere a Lui, anche la preghiera avrà il primo posto nella giornata, e così tutto il tempo della vita terrena acquista valore di eternità.
Tutto, di conseguenza, è vissuto in prospettiva di eternità. La Quaresima, ad esempio, è vissuta anticipando la gioia della Pasqua e la Pasqua celebrata nel tempo presente è già un anticipo di quella eterna (cf. RB 49).
E poiché il Signore può venire – e viene – a ogni ora nella persona dei fratelli, ogni servizio di carità verso di loro, soprattutto verso i più poveri e bisognosi, va praticato con quello spirito di fede che fa riconoscere in essi la presenza di Cristo (cf. RB 36; 53). Oltre alle opere di misericordia corporale, vi sono quelle spirituali da compiere silenziosamente, quasi senza che gli altri se ne accorgano, soprattutto quando l’aiuto consiste essenzialmente nell’amare e pregare, all’insegna, quindi, della totale gratuità.
Si percorre così la via regale dell’umile amore, senza indugio, come Cristo che ardentemente desiderava – desiderio desideravi (cf. Lc 22,24) – di compiere la sua Pasqua per accendere nel mondo il fuoco dell’amore.
Aiutandosi vicendevolmente a nulla anteporre all’amore di Cristo, i monaci – i cristiani – si affidano totalmente a Lui perché ci conduca tutti insieme, nessuno escluso, alla vita eterna (cf. RB 72). È questa la mèta a cui tendere incessantemente e con ardore.
San Benedetto, concludendo la Regola, non tralascia di esortare ancora una volta alla corsa, sospinti dall’amore, dal vento dello Spirito Santo che gonfia e solleva le vele delle anime: «Per chi vuole affrettarsi… quale pagina o quale parola rivelata, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, non costituisce una norma rettissima per la vita dell’uomo?» (RB 73).
Credere nella vita eterna significa superare le barriere delle paure e dell’angoscia, guarire dalla paralisi interiore che fa morire prima di morire, che fa vivere una vita morta, senza slancio, perché senza futuro. Soltanto la fede e l’amore, infatti, aprono davanti a noi l’orizzonte infinito della “beata speranza”.
La qualità della nostra esistenza deriva proprio dalla nostra convinzione di fede circa la continuità della vita. Crediamo che quando si interrompe sulla terra, la vita è trasformata, non tolta – vita mutatur, non tollitur (cf. Prefazio della Messa per defunti). Non si va verso la fine, ma verso la pienezza. Perciò un senso di serenità, di pura gioia pervade i cuori dei veri cercatori di Dio in procinto di tornare a Dio.
Emblematico, torniamo a ripeterlo, è il beato Transito di san Benedetto, come quello di schiere innumerevoli di santi monaci e monache, in maggior parte noti solo a Dio.
Chi vive guardando il Cielo,
fa della morte un volo.
Vola sulle stesse ali dell’Altissimo
e lascia una scia luminosa
per quelli che verranno dopo.

La via lucis non è altro che la via crucis trasfigurata nell’ora in cui il discepolo di Cristo è chiamato a condividere, dopo la sua umiliazione, anche la sua gloria. Comunque mi giungerà quell’ora, sarà un dono di grazia e di misericordia. Anticipo perciò ogni giorno la mia adesione ad essa, in modo che sia veramente il sì della mia totale gioiosa e definitiva obbedienza all’Amore, l’eccomi della mia piccolezza all’Eccomi della sua immensa grandezza.
Conceda a noi tutti il Signore di vivere e morire rivolti al Cielo!

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