Sabato Santo

Sabato Santo

Aprile 16, 2022 |

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio; è come un giorno che sorge senza luce, poiché su di esso si distendono, ancora, come una fitta coltre, le tenebre del Venerdì Santo.

Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace.

Riposa nella speranza

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio; è come un giorno che sorge senza luce, poiché su di esso si distendono, ancora, come una fitta coltre, le tenebre del Venerdì Santo. Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace.

Ai concitati avvenimenti del Venerdì fa seguito una profonda quiete. Infatti, nella giornata di ieri, fino verso il tramonto, si udiva ancora la sua voce, il suo lamento, la sua preghiera. Oggi egli tace; tacciono anche le grida dei crocifissori e della folla. Con lui che giace nel sepolcro sembra che tutto sia piombato nel silenzio e nel buio. È però un silenzio di sospensione; è un’oscurità di attesa vigilante. Tutta l’attenzione è infatti rivolta a Colui che deve ritornare dai morti.

Il Sabato Santo è dunque anche il giorno del riposo del Giusto, il giorno del «sacro silenzio» con cui si suole circondare l’impenetrabile mistero della morte e che, in realtà, è un «parlare con il cuore», uno scendere nelle profondità dell’essere per ascoltare la parola di speranza che Dio stesso suggerisce al cuore.

Il senso di vuoto che si prova entrando, il Sabato Santo, nelle chiese spoglie e mute fa sperimentare all’anima l’assenza del suo Signore e la muove alla ricerca di lui, come la sposa del Cantico dei Cantici. Scopre così che egli le è indispensabile; impara, nella privazione, ad apprezzarne e a desiderarne la presenza; sente crescere in sé l’amore per lui che – comincia ad intuirlo – l’ha amata di un amore più forte della morte.

È così che la Chiesa tutta intera si raccoglie oggi presso il sepolcro dello Sposo per ascoltarne il silenzio, come prima ne aveva ascoltato i gemiti e le ultime parole, e per attendere con speranza il suo risveglio, anzi, per sollecitarlo con gli insistenti richiami della preghiera.

L’unica liturgia che oggi essa celebra è quella delle Ore; lo fa con un tono pacato, quasi sommesso, nascosta nel silenzio dei monasteri e nella penombra delle cattedrali. Una liturgia che sembra quasi prenderci per mano e farci scendere, insieme con il Cristo, negli inferi, il regno della morte, per farci poi risalire con lui nel pieno fulgore del regno della vita.

Lodi

Un grido di vittoria si leva dall’antifona che apre la salmodia delle Lodi, come uno squillo di tromba: «O mors, ero mors tua; morsus tuus ero, inférne»; o morte, sarò la tua morte; il tuo morso io sarò, o inferno! È un grido che proviene ancora dalle viscere della terra, ma che ha una potenza tale da far fremere l’intero universo. Dovunque c’è morte, già si propaga il grido della Vita da cui si sprigionano le forze della nuova creazione.

La morte è afferrata di petto, disfatta; l’inferno è aggredito e divorato dal morso del Leone di Giuda (cf. Ap 5,5). Cristo è più forte della morte e la vince, perché egli è l’Amore.

Dopo questa grandiosa antifona, quasi anticipo del Preconio pasquale, la celebrazione ci fa ancora sostare presso il sepolcro. Là, tutta raccolta, Gerusalemme – l’intera Chiesa, ogni anima – sta ancora come una vedova, in lutto. Le figlie di Sion piangono il Crocifisso come si piange un figlio unigenito (seconda antifona), come si fa il lamento su un innocente calpestato e ucciso, di cui ancora nell’intimo risuona il grido implorante (quarta antifona). Lo sguardo del cuore si posa anche sul volto addolorato della Madre, che ha subìto nel suo cuore il martirio del Figlio Crocifisso. A tutti, con il suo silente, mite dolore, ella può dire: «Atténdite, univérsi pópuli, et vidéte…», fermatevi, popoli tutti, e considerate il mio dolore (terza e quinta antifona).

Questo pianto della Madre – Maria, la Chiesa – presso il Santo Sepolcro, queste lacrime versate su ogni innocente che in tutti i tempi e ovunque viene sacrificato, creano nella liturgia delle Lodi del Sabato Santo un’atmosfera di «pathos» inconfondibile e nello stesso tempo diffondono sullo scenario del mistero della morte e del silenzio un senso di tenerezza e di pace.

Così la Chiesa si raccoglie a meditare su questo fatto incredibile che è stata la morte di Cristo, su questo fatto che si ripete lungo i secoli, gli anni e i giorni della storia umana per coloro che sono il prolungamento del Cristo stesso. Il suo dolore di Madre è costituito da tutte le sofferenze del Figlio e dei figli che ella raccoglie con amore smisurato nel suo cuore, perseverando presso la Croce, presso il sepolcro a pregare, sperare ed attendere.

L’ora del silenzio e dell’instancabile attesa ha come protagoniste principali proprio le donne; è l’ora affidata ad esse, per sempre, perché più di tutti esse hanno la capacità di intuire il mistero della vita incluso nella morte; perché più di tutti esse fanno l’esperienza di generare la vita dando tutto di se stesse, come il Cristo.

Le Lodi si concludono sulla suggestiva icona presentata dall’antifona al cantico evangelico del Benedíctus: «Mulíeres sedéntes ad monuméntum lamentabántur, flentes Dóminum». Le donne che erano rimaste fino all’ultimo sul Calvario presso la Croce, ora stanno ferme accanto al sepolcro e fanno il lamento, piangendo lo scomparso Signore.

Così trascorre tutta la giornata del Sabato Santo, una giornata, si direbbe, priva di movimento, quasi sospesa e immobile presso il riposo del Giusto. Ma con il passare delle ore la liturgia ci riserba un’altra sorpresa. A differenza di tutti gli altri sabati dell’anno, in cui al tramonto del sole vengono celebrati i Primi Vespri della domenica – o della solennità – successiva, il Sabato Santo ha i suoi Vespri propri. Il pianto delle donne presso il Sepolcro si attutisce; le antifone vespertine ci fanno udire solo la voce di Gesù, voce carica di speranza: «Oggi la mia umiliazione è grande, ma domani spezzerò le mie catene» (prima antifona); voce ancora piena di desolazione: «Io ero per la pace, ma quando ne parlavo, essi mi combattevano» (seconda antifona); voce di accorata supplica rivolta al Padre: «Liberami dagli uomini malvagi… Preservami dagli agguati degli operatori di iniquità» (terza e quarta antifona); e infine di nuovo voce di speranza, anzi di realtà già anticipata nella certa fede: «Mentre ero nell’angoscia, dal profondo degli inferi, ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (quinta antifona). Nell’apparente immobilità di questo giorno, dunque, giù nelle profondità della terra e nell’alto dei cieli qualcosa si muove. L’antifona al Magnificat, però, sembra voler chiudere ogni speranza: «I capi dei sacerdoti e i farisei assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia».

La Risurrezione è, nel cuore della notte più oscura, l’inaudito miracolo dell’infinito amore del Padre. Davanti ad esso gli animi si dividono: chi, come le pie donne, custodisce nell’intimo una segreta speranza si lascerà illuminare dai raggi del nuovo Sole; chi, come le guardie, è chiuso in un ostinato rifiuto diventerà sepolcro a se stesso. Intanto la Madre Chiesa continua, silenziosa, a pregare e a sperare, perché si convertano i cuori.

Padre nostro che sei nei cieli

e tieni lo sguardo su di noi,

piccole creature della terra,

ravviva la nostra fede e la nostra speranza

davanti al mistero della morte.

Anche tu, insieme al tuo Figlio,

hai voluto sperimentare

il gelido silenzio del sepolcro;

anche tu, che sei l’Eterno Vivente,

hai voluto – per amore e compassione –

diventare come seme gettato nella terra.

Per la tua sconvolgente umiltà ed empatia,

donaci la grazia di saper accettare

con animo forte e sereno

la legge naturale della morte

quale passaggio alla vita risorta.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

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